Il movimento antinucleare
di Luca Bortolazzi · · 13 minuti di lettura
Il movimento anti-nucleare è un movimento sociale internazionale che si oppone all'uso di varie tecnologie nucleari: molte organizzazioni di base, gruppi di professionisti e partiti politici si sono identificati con tale movimento, con l'obiettivo iniziale che è stato il disarmo dalle armi atomiche, ma che in seguito, in Austria, Germania ed Italia, l'interesse ha iniziato a spostarsi verso altre questioni, soprattutto sull'uso dell'energia nucleare in ambito civile.
In quel periodo, al tempo dei movimenti per la pace, il disarmo arrivò anche nel sistema giudiziario tedesco: nel 1995, la Corte costituzionale federale stabilì che i blocchi dei sit-in non costituivano violenza. Le sentenze contro chi aveva bloccato i missili dovettero quindi essere annullate. Era molto tempo fa. Ma nel 2010 il Bundestag ha deciso a larga maggioranza che il governo Merkel avrebbe dovuto fare una campagna “vigorosa” per il ritiro di tutte le armi nucleari statunitensi dalla Germania. Anche questo era molto tempo fa. I missili Tomahawk di oggi sono meno pericolosi perché più precisi e veloci dei Pershing del passato? Oppure la situazione mondiale è così pericolosa che dobbiamo accettare di vivere con la paura che – se il peggio dovesse accadere – in Germania potrebbe non restare in piedi nemmeno una pietra?
È sorprendente che, a differenza della “doppia decisione” della Nato del 1979, l’annuncio del riarmo di oggi non sia legato a nessuna richiesta di disarmo degli avversari. Forse perché non si crede fin dall’inizio che eventuali accordi saranno rispettati? Sarebbe una sorta di disfattismo diplomatico che si rassegna a un pericolo che oggi diventa sempre più grande. Carl Friedrich von Weizsäcker, fisico e studioso della pace, lo descrisse già nel 1957: “Le grandi bombe raggiungono il loro scopo di proteggere la pace e la libertà solo se non cadono mai. Non raggiungono questo scopo se tutti sanno che non cadranno mai. Proprio per questo c’è il pericolo che un giorno cadano davvero”.
E’ questa paura che ha alimentato le proteste contro i missili Pershing negli anni Ottanta. Oggi la paura paralizza. All’epoca alimentava le proteste, ma oggi ne assorbe l’energia. Molte persone si spengono completamente quando si parla di guerra, armamenti e armi, perché hanno la sensazione di trovarsi di fronte a una montagna che non riescono a vedere perché diventa sempre più alta. Questo si chiama mancanza di speranza. E alcuni evitano di lottare per il disarmo perché non vogliono essere visti come amici di Putin.
Il ministro della Difesa Boris Pistorius sostiene che c’è un “gap di capacità” per giustificare il rafforzamento militare. Ma anche il movimento per la pace soffre di un “gap di capacità”. Ha perso la capacità di protestare in nome della speranza. Václav Havel una volta l’ha descritta così: “La speranza non è la convinzione che qualcosa andrà bene, ma la certezza che qualcosa ha senso, indipendentemente da come andrà a finire”. Dobbiamo riconquistare questa certezza.
In Europa dobbiamo imparare di nuovo che cos’è la pace. Non c’è sicurezza con una spesa militare ancora più alta, né con un numero ancora maggiore di carri armati, né con un numero ancora maggiore di testate nucleari. La sicurezza non raddoppia se si raddoppiano le spese militari e le armi. Non si dimezza se si dimezzano le spese e le armi. Aumenterà se i due avversari imparano a guardarsi a vicenda. È così che possiamo imparare di nuovo come fare la pace.
Heribert Prantl è stato responsabile della redazione politica della Süddeutsche Zeitung e membro del comitato editoriale per molti anni. Oggi è editorialista del quotidiano. Il 3 e 4 settembre 2024 terrà a Bolzano tre conferenze sulla guerra e la pace.
Articolo pubblicato il 21 agosto 2024 nelle pagine de Il Manifesto
Manifestazioni antinucleari
Nel 1972, il governo centrale spagnolo pianificò la costruzione di due reattori nucleari da 930 MW ognuno, a Lemoniz, nei Paesi Baschi. Dall'inizio la costruzione è stata opposta, da un nocciolo iniziale locale, ad un ampio movimento popolare. Questo fu rapidamente fatto proprio da organizzazioni basche nazionaliste di sinistra, così aggiungendo forti riferimenti autonomistici (degenerati per questo in successivi atti di terrorismo). Il movimento ottenne anche il sostegno dello scultore basco Eduardo Chillida, che nel 1975 disegna un adesivo, che divenne un simbolo degli antinucleari baschi, con la frase “Ez, ez, ez, zentral nuklearrik ez” all'interno del disegno stilizzato di un teschio su fondo nero e che si traduce liberamente in No, no, no, non una centrale nucleare. Nel 1976, si formò un gruppo denominatosi Comision de Defensa de una costa Vasca no Nuclear (Commissione per una costa basca non nucleare). Il gruppo rappresentava vari associazioni, come quella della famiglia di Lekeitio, quella di Ea, quella dei genitori di Mungia, ed altri intorno al comune di Lemoniz. Entro il 3 giugno 1976, la Commissione raccoglie 150.000 firme e nell'agosto 1976 organizza una marcia con più di 50.000 persone da Plentzia a Gorliz. Il 14 giugno 1977, la Commissione ed altre organizzazioni guidano più di 150.000 baschi in protesta a Bilbao per fermare la costruzione a Lemoniz.[1]
Dopo l'incidente di Three Mile Island nel 1979, un'importante manifestazione si è tenuta a New York, coinvolgendo 200.000 persone. Nel 1981, 100.000 persone hanno protestato in Germania nei pressi di Amburgo. La più imponente manifestazione, contro le armi nucleari, si è svolta nel 1983 a Berlino Ovest, con circa 600.000 partecipanti.
Il movimento antinucleare in Italia
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Tra il 1975 e il 1976, a due anni dalla crisi petrolifera del 1973 che per la prima volta aveva reso concreta la possibilità che il petrolio diventasse improvvisamente una risorsa scarsa, venne varato il nuovo Piano Energetico Nazionale che prevedeva la costruzione di 20 nuovi reattori nucleari, che dovevano aggiungersi ai tre piccoli reattori già in funzione a Latina, nel Garigliano ed a Trino Vercellese.
All'inizio degli anni '70 la grande maggioranza dell'opinione pubblica era favorevole a imboccare questa strada.
Nel 1976 tutti noi fisici di sinistra eravamo favorevoli al nucleare - ricorda Gianni Mattioli, all'epoca esponente del Comitato per il Controllo delle Scelte Energetiche - ritenevamo anzi che il ritardo italiano in questo campo fosse uno dei prezzi pagati dal nostro Paese alla divisione internazionale del lavoro, che aveva portato allo smantellamento del settore delle grandi macchine elettroniche. Una sera dell'autunno 1976, alla fine di una riunione convocata per mettere a punto la posizione di Democrazia Proletaria insieme a Massimo Scalia e a Paolo Degli Espinosa, un tecnico del Cnen, Paolo ci disse "Me ne vado a letto, domattina presto devo andare a convincere i contadini di Montalto di Castro che la centrale è una buona cosa".
Tornato da quell'incontro aveva perso molto del suo ottimismo filosofico. "La popolazione di Montalto - ci raccontò - quel reattore proprio non lo vuole, credo ci siano dei problemi sanitari".
Da allora, per alcune settimane ci buttammo a studiare decine di documenti sul tema e ci accorgemmo che i dubbi dei contadini di Montalto erano condivisi da fior di medici e di biologi. Fu così che maturammo la nostra scelta contro l'atomo.
La centrale di Three Mile Island
Un altro anno importante per il movimento antinucleare e tutto l'ambientalismo italiano fu il 1979. Il 28 marzo si verificò un incidente nella centrale nucleare di Three Mile Island: il primo grande incidente nucleare della storia. Malgrado non si registrassero significative fughe di radioattività nell'ambiente, si trattò di un grave incidente industriale, che danneggiò seriamente il secondo reattore, attivo da appena 13 mesi; l'unità coinvolta subì una parziale fusione nel nucleo e non tornò mai più in esercizio. L'opinione pubblica di tutto il mondo verificò per la prima volta che il rischio di incidenti dalle conseguenze incontrollabili era una realtà. Meno di due mesi dopo, il 19 maggio, oltre 20.000 persone parteciparono a Roma a una manifestazione antinucleare promossa dal Comitato per il Controllo delle Scelte Energetiche: fu il segno che la mobilitazione nata a Montalto di Castro aveva ormai messo radici.
Negli stessi mesi, all'interno dell'ARCI, struttura che riuniva l'associazionismo di sinistra, si creò il primo nucleo della Lega per l'Ambiente che assumerà poi una prima struttura organizzativa nella primavera del 1980 con Maurizio Sacconi e Chicco Testa.[2]
A Torino, nel maggio del 1983 si era svolta la manifestazione Rock contro il nucleare, presso la Facoltà di Architettura, al Castello del Valentino. L'evento organizzato dalla fanzine Blood, il Collettivo Studentesco di Architettura e Lotta Continua per il Comunismo, aveva raccolto i più importanti gruppi musicali della città e aveva visto una straordinaria affluenza di pubblico, dando l'avvio ad una lunga tradizione di ecologismo e manifestazioni non violente in Piemonte, mentre negli stessi anni si organizzò il movimento antinucleare nel mantovano, in particolare a Viadana, dove era in progetto la realizzazione di una seconda centrale nucleare sul fiume Po, dopo quella realizzata a Caorso ed entrata in funzione nel 1981.
Marcia anti nucleare, Trino Vercellese, 1986.
Il 26 aprile 1986 un incidente nella centrale nucleare di Černobyl' in Ucraina sprigionò una nube radioattiva che attraversò mezza Europa. In Italia le prime reazioni delle fonti ufficiali tesero a minimizzare. La rivista La Nuova Ecologia e la Lega per l'Ambiente, ai primi di maggio, resero invece noti durante una conferenza stampa i dati che documentavano la presenza preoccupante di radionuclidi su molte aree del paese. Nei giorni successivi le autorità vietarono il consumo degli alimenti più a rischio come latte e insalata[3].
In un inserto speciale allegato a La Nuova Ecologia del maggio 1986, venne pubblicato il resoconto di una riunione svoltasi il 1º maggio tra i tecnici dell'Istituto Superiore di Sanità e dell'Enea e il Ministero della Protezione Civile Giuseppe Zamberletti, per decidere le misure da adottare dopo l'arrivo in Italia della nube radioattiva. L'Istituto Superiore di Sanità raccomandò di vietare il consumo di latte, uova, frutta, verdura e di fermare caccia, pesca e macellazione, ma il Ministro su pressione dell'Enea si limitò a diramare un comunicato in cui si invitavano i cittadini a non consumare verdura a foglia e a non dare latte fresco ai bambini al di sotto dei dieci anni. Di fronte alle accuse degli ambientalisti, il Ministro della Sanità Degan scavalcando Zamberletti trasforma l'invito in divieto.
Il 10 maggio a Roma una grande manifestazione popolare a cui parteciparono più di 200.000 persone segnò il primo passo verso il referendum che l'anno successivo portò all'abbandono dell'energia nucleare in Italia.
Settembre 2009, presidio davanti alla centrale di Caorso (PC)
La mobilitazione contro il nucleare rappresentò anche un punto di svolta nella storia dell'ambientalismo italiano: per il referendum del 1987 vennero raccolte in pochi mesi oltre un milione di firme, il doppio del necessario, la Lega per l'Ambiente e il WWF raddoppiarono i soci, mentre alle elezioni politiche del 1987 i Verdi ottennero quasi un milione di voti[2].
Dopo la decisione del Governo Berlusconi nel 2008 di ritornare all'utilizzo dell'energia nucleare in conseguenza dell'aumento dei prezzi di gas naturale e petrolio, la coalizione Vota Sì per fermare il nucleare, composta da oltre 60 associazioni, ha promosso la mobilitazione per il referendum del 12 e 13 giugno 2011. Anche in conseguenza dell'incidente nella centrale giapponese di Fukushima, che nel marzo 2011 ha riaperto il dibattito mondiale sui rischi connessi agli impianti nucleari, il referendum ha confermato, 25 anni dopo Černobyl', la contrarietà della maggioranza assoluta dei cittadini italiani all'utilizzo dell'energia prodotta dall'atomo[4].
Simboli
Uno dei simboli più conosciuti del movimento anti-nucleare è costituito dal cosiddetto "Sole che ride", un sole rosso che sorride, di solito su sfondo giallo. Ci sono diverse varianti, come un pugno alzato o una faccia arrabbiata. Spesso è accompagnato dallo slogan "Nucleare? No, grazie!" Questo simbolo venne disegnato nel 1975 per il movimento anti-nucleare danese.[5]
Manifestazioni del lunedì
Manifestazione a Lipsia, 16 ottobre 1989.
Le manifestazioni del lunedì (in tedesco: Montagsdemonstrationen) furono una serie di proteste politiche pacifiche contro il governo della Repubblica Democratica Tedesca (RDT) che si svolsero nelle città di tutto il paese in vari giorni della settimana. Lo slogan Wir sind das Volk! (Siamo il popolo!) ha raccolto, settimana dopo settimana, centinaia di migliaia di abitanti per protestare contro la politica del governo e contro il sistema, prima in Karl- Marx-Platz, a Lipsia, poi in molte città della RDT. Queste proteste non violente hanno provocato la caduta del muro di Berlino e la riunificazione tedesca.
Storia
Chiesa di San Nicola a Lipsia
A metà degli anni '80 nella chiesa di San Nicola a Lipsia furono organizzate preghiere per la pace dai pastori Christian Führer e Christoph Wonneberger.
L'obiettivo era proporre una riorganizzazione pacifica e democratica del paese, in particolare del potere politico del Partito Socialista Unificato di Germania (Sozialistische Einheitspartei Deutschlands - SED), al potere dal 1949. La prima delle maggiori manifestazioni ebbe luogo il 4 settembre 1989. La polizia della RDT represse violentemente le manifestazioni prima delle festività del 40º anniversario della fondazione dello Stato tedesco orientale, il 7 e 8 ottobre 1989.
In origine, era un gruppo spontaneo di studenti alla fiera di Lipsia che ogni anno dava il benvenuto alle aziende occidentali a settembre. Alcuni banner destinati agli occidentali e in particolare ai giornalisti hanno indicato ad esempio questa esigenza: poter viaggiare liberamente.[1] La Stasi (polizia politica) represse brutalmente i manifestanti e il giorno dopo, sulla stampa locale, furono chiamati "criminali". Un pastore della Chiesa luterana, membro della Federazione delle Chiese evangeliche della RDT, ha proposto per il lunedì successivo una preghiera per la pace. Infastiditi per essere stati chiamati criminali, gli studenti arrivarono in gran numero. Dopo la preghiera, i fedeli hanno marciato per la città, gridando: non siamo teppisti! Quindi, di fronte al fervore della preghiera collettiva, il pastore si offrì di tornare ogni lunedì sera. Ogni lunedì, il numero di manifestanti fedeli e futuri è aumentato. L'esempio polacco, in cui la Chiesa cattolica era in prima linea nella lotta per la libertà, divenne d'esempio.
Manifestanti con striscioni a Dresda, settembre 1990.
Nel frattempo, centinaia di cittadini della RDT sono fuggiti nell'ambasciata tedesca a Praga e sono riusciti a raggiungere l'Ovest con treni speciali che avrebbero dovuto attraversare la RDT. Questi trasferimenti hanno causato grandi movimenti di folla in tutte le stazioni di attraversamento del treno, aumentando la mobilitazione.
Il 9 ottobre 1989, 70.000 persone manifestarono, gridando: Wir sind das Volk! (Siamo il popolo!), e passarono davanti al quartier generale della Stasi senza provocazioni: le candele vennero accese sui gradini dell'edificio. Il segretario locale del Partito comunista, che aveva ricevuto pieni poteri dall'ufficio politico, richiese tuttavia istruzioni da Berlino Est. In effetti, pochi giorni prima era stato informato che Egon Krenz stava cercando di sostituire Erich Honecker con una rivoluzione di palazzo. Non ricevendo istruzioni e dopo l'intervento di Kurt Masur, famoso direttore del Gewandhaus di Lipsia, proibì alle forze paramilitari presenti di usare le loro armi.[2] Inizia il processo di collasso del regime.
Il 16 ottobre 120.000 persone hanno manifestato richieste di elezioni libere e il 23 ottobre il numero ha raggiunto oltre 200.000 partecipanti e tutte le città sono state colpite. Leader importanti, come Wolfgang Berghofer, sindaco di Dresda o Markus Wolf, ex capo dei servizi segreti, si schierano apertamente con i manifestanti. Questa pressione ha portato alla caduta del muro di Berlino il 9 novembre 1989, segnando l'imminente caduta del regime socialista nella RDT.
Ciclo delle Manifestazioni del lunedì
• Primo ciclo (25 settembre 1989 - 18 dicembre 1989) Totale di 13 proteste.
• Secondo ciclo (8 gennaio 1990 - 12 marzo 1990) Totale di 10 proteste.
• Terzo ciclo (10 settembre 1990 - 22 ottobre 1990) Totale di 7 proteste.
• Quarto ciclo (21 gennaio 1991 - 18 febbraio 1991) Totale di 5 proteste.
• Quinto ciclo (4 marzo 1991 - 22 aprile 1991) Totale di 7 proteste.