Spiriti impuri
di Luca Bortolazzi · · 3 minuti di lettura
Creatività e malattia mentale
Così chiamava la Bibbia i malati di mente. Mai miracolati da Gesù, se ne stavano ai margini della società vivendo di oboli e carità. I Greci avevano il culto del bello e del buono: l’uomo doveva essere kalòs kai agathòs e chi non era tale veniva emarginato. I Romani predicavano mens sana in corpore sano e guarda caso veniva prima la mente del corpo. Nel Medioevo gli storpi e i malati erano vittime del demonio e talvolta arsi vivi per paura del contagio. Gli illuministi avevano il culto della virtù: l’uomo nasceva buono, diversamente incorreva in qualcosa che lo allontanava dalla retta via.
Lombroso studiava la fisionomia del disagio mentale e Victor Hugo ne narrava le gesta. L’essere umano ha sempre avuto il terrore di perdere la ragione più della malattia fisica. Nel Novecento si castravano i malati di mente oppure si lobotomizzavano. Poi sono arrivate le medicine, prima i sedativi e poi i sali di litio, che ben dosati davano sollievo alla mente. Ma la paura della follia, quella vera, non è mai tramontata e veniva sempre associata al crimine e all’omicidio efferato. Basaglia ha spiegato che esistono diverse malattie mentali, non tutte devastanti. Molti malati, se trattati e seguiti bene con le giuste cure, potevano fare una vita normale. E allora via le camicie di forza e le misure di contenzione e si aprono le comunità. I manicomi sono diventati repartini e alla violenza fisica si è sostituita quella psicologica, perché i folli, che si chiamino oggi asociali o disadattati ci sono sempre stati. Ma la malattia mentale non è sempre follia, questo è il punto fondamentale che dev’essere ben chiaro a tutti. E quando dico tutti intendo in primis gli stessi malati, perché decenni di discriminazione li hanno convinti di essere irrimediabilmente “diversi” dalle altre persone. La follia comporta la perdita di contatto con la realtà e l’alterazione del giudizio. Questa è la vera malattia mentale. Altrimenti si sta male, certo, ma la dimensione sociale non è annullata del tutto, soltanto ridotta in determinati periodi.
Ma un certo tipo di malattia mentale non altera la razionalità, anzi la esalta, e con essa la creatività. Scrittori e artisti ne sanno qualcosa. Molti di loro soffrono di questa malattia. Può essere depressione (David Foster Wallace) o disturbo bipolare (Virginia Woolf) o stato ipomaniacale perenne (D’Annunzio), ma questo gli dà una marcia in più.
L’ultimo tabù
Fino a qualche decina di anni fa gli omosessuali erano perseguitati, poi sono comparsi i transgender e i fluid gender e nelle città tutto è cambiato, digerito, assimilato. Anche il tabù dell’età, la differenza d’età tra i partner, è andato scemando. Ne rimane soltanto uno: la malattia mentale e probabilmente questa è una frontiera invalicabile. Di qui non si passa. Se vostra figlia vi portasse in casa uno schizofrenico, voi come reagireste? Lo allontanereste immediatamente e le fareste una bella ramanzina, le togliereste il telefonino e probabilmente le proibireste di frequentarlo. Schizofrenia, psicosi, paranoia, grave depressione non sono accettate e probabilmente non lo saranno mai. Qua si ferma anche l’orizzonte farmacologico. Oltre un certo limite, nonostante le cure si ottiene un unico risultato: trasformare i pazienti in vegetali, in non morti, in zombie. Ma al di là della diagnosi, esistono sostanzialmente tre tipi di malattia mentale: leggera, grave e gravissima. Quella leggera l’abbiamo un po’ tutti, quella grave soltanto alcuni e quella gravissima pochi per fortuna. Non si può guarire ma si può trascorrere una vita normale, anche con gravi patologie mentali, basta trovare il medico giusto e la cura appropriata, senza diventare catatonici. Inoltre, certe malattie, come il disturbo bipolare, invece di demolire la mente la potenziano. C’è una lunga lista di scrittori, da Virginia Woolf a David Foster Wallace, da Truman Capote a Guy de Maupassant, che erano bipolari. E di poeti con patologie mentali ce n’è una valanga, da Leopardi a Caproni ad Alda Merini a Majakovskij.