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Luca Bortolazzi
Riflessioni · Filosofia

L’uomo e la verità

di · · 5 minuti di lettura

Un mistero insondabile o una relazione necessaria?

La specie homo, molto prima che diventasse “sapiens”, a differenza delle altre specie animali, nel tentativo di dare un senso alle cose, e perciò prima di definirle concettualmente attraverso il linguaggio si è sempre posta inconsciamente due domande “chi sono?” e “cosa ci faccio qui ora?”, alle quali non è mai riuscita a rispondere, perché l’essere umano non ha alcuna possibilità di conoscere la “verità”. Tuttavia, in alcune occasioni, attraverso precisi rituali che comportano la continua ripetizione di canti, formule o un determinato tipo di azioni, oppure assumendo sostanze psicoattive, che inducono un effetto simile, la coscienza può mettersi in contatto con il “trascendente”, aggirando la mente, che non solo separa ciò che è dentro da ciò che è fuori, ma “produce” la realtà, che non a caso gli indiani chiamano “maya”, cioè apparenza. Le neuroscienze hanno dimostrato che esistono dei rapporti complessi tra mente e coscienza, ed è la mente che “decide” cosa inviare alla coscienza, in base a criteri di utilità e di rilevanza. Quindi, attraverso la ripetizione, che comporta la ridondanza, quindi l’inutilità d’inviare continuamente lo stesso messaggio, oppure attraverso l’assunzione di sostanze psicoattive, o facendo entrambe le cose, si altera il rapporto tra mente e coscienza e si può indurre la mente a smettere temporaneamente di comunicare. E così facendo si può aprire una porta verso il trascendente, e consentire alla coscienza di vivere un rapporto con la “verità”, con la precisa intenzione di rispondere alle domande precedentemente indicate, ed è anche l’unico modo in cui l’essere umano può azzardarne una risposta. Tuttavia, il “trascendente” in sé non si può conoscere, né nominare, né definire se non in modo simbolico, attribuendo dei nomi a delle precise funzioni, chiamate “divinità”. Se ne può solo intuire talvolta la presenza al di sotto dell’apparenza, interpretando certi eventi chiamati “coincidenze” non come frutto del caso, ma come la parte emersa dell’“iceberg”, ovvero dell’ordine che sottende, spiega e connette tutte le cose.

Le religioni monoteiste invece, e il Cristianesimo in particolare, eccetto la religione ebraica, per una serie di motivi che non intendo spiegare perché mi porterebbero fuori discorso, fondato non su Cristo né tantomeno da Cristo, ma sulla libera interpretazione di San Paolo della figura di Cristo, rimandano il rapporto con il trascendente a un luogo lontano non altrimenti definibile se non con “regno dei cieli” o “giudizio universale”, in seguito alla morte o alla fine del mondo, perciò di fatto lo escludono, sostituendo l’esperienza del divino con la speranza di essere salvati. E in questo modo, alterano la natura dell’identità, che nelle civiltà politeiste è fondata sull’esperienza diretta del divino, una facoltà caratteristica della specie homo, che accomunando gli uomini ne risolve i conflitti, mentre nelle religioni monoteiste l’identità dipende dall’appartenenza a una fede, e qualsiasi identità fondata sull’appartenenza non è in grado di risolvere i conflitti, ma genera sempre una contrapposizione tra “noi” e “loro”, e talvolta può esteriorizzare i conflitti interiori e trasformarli in uno scontro che prima o poi si rivela in modo violento e distruttivo, di cui potremmo e dovremmo fare a meno.

Chi fosse Yeshua, quale persona fosse, le sue intenzioni, le cose cui teneva, l’urgenza di comunicare, le sue motivazioni, ma anche le contraddizioni, i conflitti interiori, la natura delle sue relazioni e tante altre cose, che contribuirebbero a definire la sua personalità e il suo carattere, per conoscere l’uomo al di là del personaggio, non ci sono note, e sono passate in secondo piano, sovrastate dall’importanza di ciò che rappresentava e dalla potenza del suo valore simbolico. Yeshua era una persona che aveva capito la vera natura dell’amore: l’amore è contemplazione, ti fornisce un’identità e uno scopo e ti conduce ad agire, ad agire con urgenza e tempestività, non solo per il bene della persona amata, ma per risolvere qualsiasi problema. Inoltre, l’amore ha la capacità di guarire le persone: è la più potente forza di guarigione, per questo Gesù chiedeva sempre prima di guarire chiunque: “credi nel nostro Padre onnipotente, Creatore dei cieli e della terra?” E solo in caso di risposta affermativa poteva esercitare il suo potere taumaturgico.

Ma come tutti i Grandi Maestri, Socrate, Gautama Buddha e tanti altri, Yeshua sapeva che l’essere umano può vivere solo il presente, e quindi non ha lasciato niente di scritto. Ma ciò che sappiamo di Socrate e Buddha lo hanno scritto i loro discepoli, che hanno vissuto e condiviso il loro insegnamento, mentre i Vangeli non possono essere stati scritti dagli apostoli, perché per farlo avrebbero dovuto vivere centinaia di anni, e sono politicamente e culturalmente orientati, non soltanto dall’interpretazione di San Paolo della figura di Cristo, ma dalla precisa intenzione di raccontare solo certe cose: la nascita, la predicazione, i “miracoli”, la “passione” e la resurrezione, e di dimostrare come ciò sia realmente avvenuto, non a caso rappresentano diverse versioni mai apertamente contrastanti delle parti essenziali della sua vita, pur essendo stati scritti molte decine o centinaia di anni dopo la sua morte.

Esistono molti tipi diversi di sofferenza e ognuno ha la sua funzione, e in nessun caso la sofferenza è “inutile”. La sofferenza è dannosa quando è subìta passivamente con un atteggiamento di rassegnazione; è necessaria per comprendere come stanno le cose e qual è la vera natura dei rapporti con le persone; è liberatoria quando identifichi la tua sofferenza con la sofferenza altrui e in particolare della persona amata; è dannosa quando credi di averla provocata; è il Male Assoluto quando la provi in seguito alla perdita di una persona cara di cui ti credi colpevole.

La sofferenza su cui si fonda il Cristianesimo (non a caso il simbolo cristiano per eccellenza è la croce) non libera di per sé l’uomo dal peccato, né la sofferenza dello stesso Figlio di Dio può liberare l’umanità dal peccato originale (o come diremmo oggi con un linguaggio evoluto e profano, dal trauma della nascita) ma a condizione che ci identifichiamo in quella sofferenza, e solo allora può avvenire ciò che Aristotele definisce “catarsi”, che comporta la “liberazione dalle passioni”, nel primo, e forse unico, libro della Poetica dedicato alla tragedia.

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